La parità di genere non è una concessione, ma un principio costituzionale. Eliminare le garanzie nei luoghi in cui si decide significa rischiare di riportare indietro le lancette della storia.
La nuova legge elettorale, ribattezzata “Melonellum”, apre una questione che va ben oltre le regole con cui si elegge il Parlamento: riguarda la qualità della nostra democrazia, il rispetto dei principi costituzionali e il ruolo che le donne devono poter esercitare nelle istituzioni del Paese.
La CGIL di Agrigento, guidata dal Segretario generale Alfonso Buscemi, insieme al dipartimento Pari Opportunità con la responsabile Caterina Sparacino, denuncia come la recente legge elettorale garantisca soltanto una parità di genere formale, senza assicurarne una reale e sostanziale.
I capilista bloccati — i posti che garantiscono con più certezza l’elezione — non prevedono quote di genere, rendendo inefficace l’alternanza tra gli altri candidati. La tesi di fondo è che non basta permettere alle donne di candidarsi: servono meccanismi che ne garantiscano la reale eleggibilità nei ruoli chiave
La differenza è sostanziale. Perché una democrazia non può dirsi pienamente rappresentativa quando l’accesso ai luoghi del potere dipende ancora da equilibri politici che rischiano di penalizzare le donne.
I principi fondamentali della nostra Costituzione parlano chiaro e guidano la nostra azione: gli articoli 3 e 51 non si limitano a dichiarare l’uguaglianza, ma impongono impegni precisi. L’articolo 3 sancisce la pari dignità di tutti i cittadini e affida alla Repubblica il compito di eliminare le barriere reali che limitano la partecipazione alla vita del Paese. L’articolo 51 applica questo principio alle istituzioni, stabilendo la parità di accesso alle cariche elettive e richiedendo interventi concreti per promuovere le pari opportunità.
Questi principi, dunque, non sono semplici enunciati teorici, ma obblighi vincolanti che devono orientare ed indirizzare le scelte legislative.
Le Norme hanno anche una funzione educativa. Una legge non si limita a disciplinare comportamenti: comunica valori, stabilisce priorità, indica alla società quale modello di convivenza e di partecipazione intende promuovere. Quando la norma tutela la parità, afferma che nessuno deve essere escluso dai luoghi decisionali a causa del proprio genere. Quando, invece, indebolisce le garanzie nei punti decisivi del sistema elettorale, rischia di trasmettere il messaggio opposto: che l’uguaglianza possa essere sacrificata sull’altare degli accordi politici.
Una legge elettorale dovrebbe essere anche un monito permanente alle pari opportunità, un richiamo rivolto ai partiti, alle istituzioni e all’intera società. Dovrebbe ricordarci che la rappresentanza non è una questione accessoria, ma un elemento essenziale della democrazia. E che la presenza delle donne nei luoghi in cui si esercita il potere non è una concessione, bensì una condizione necessaria per rendere le istituzioni più giuste, inclusive e aderenti alla realtà del Paese.
Questo vale ancora di più oggi, in una fase storica in cui le disuguaglianze di genere continuano a manifestarsi nel lavoro, nelle retribuzioni, nelle opportunità di carriera, nella distribuzione del lavoro di cura e nell’accesso ai ruoli di responsabilità. Se anche nei luoghi più alti della rappresentanza politica si indeboliscono gli strumenti che promuovono l’equilibrio tra i generi, il rischio è quello di alimentare una regressione culturale e istituzionale
Non possiamo accettare che si torni a un passato in cui i palazzi del potere erano frequentati quasi esclusivamente da uomini, mentre alle donne veniva riconosciuto, al massimo, un ruolo marginale o subordinato. Quelle immagini appartengono a una
stagione della nostra storia che credevamo di aver superato. Eppure, nessuna conquista è irreversibile se si smette di difenderla.
La presenza di una donna alla guida del Governo, da sola, non può essere considerata la prova che la parità sia stata raggiunta. La questione non riguarda le singole persone, ma il sistema di regole che deve assicurare a tutte e a tutti le medesime opportunità di partecipazione e di accesso alle istituzioni. La parità non si misura attraverso le eccezioni: si misura attraverso le possibilità offerte a tutte le donne.
Come CGIL, sappiamo bene che i diritti non si consolidano attraverso le dichiarazioni, ma attraverso norme, strumenti e azioni concrete.
Per queste ragioni, auspichiamo che la rappresentanza paritaria venga assunta come un obiettivo irrinunciabile e che si rafforzino le garanzie capaci di assicurare alle donne concrete possibilità di elezione, anche nei posti più sicuri delle liste. La qualità di una legge elettorale non si misura soltanto dalla stabilità che promette, ma anche dalla capacità di rendere effettivi i principi costituzionali e di garantire una rappresentanza democratica autentica.
La democrazia non può essere considerata compiuta se metà della società incontra ostacoli strutturali nell’accesso ai luoghi decisionali. E non possiamo parlare di progresso mentre si rischia di arretrare sul terreno dei diritti e delle conquiste civili.
La parità non è una gentile concessione della politica. È un diritto. La rappresentanza delle donne non è un ornamento delle istituzioni. È democrazia. E i diritti, quando vengono indeboliti, non devono mai essere difesi in silenzio.
