“Dalle istituzioni parole di parità, non stereotipi: la CGIL di Agrigento interviene sulle dichiarazioni di Tajani”
Quando a parlare è un ministro della Repubblica, le parole non possono essere derubricate a una semplice opinione personale o a una battuta. Chi ricopre un ruolo istituzionale ha una responsabilità precisa: usare il proprio ruolo per promuovere una cultura del rispetto, della parità e della libertà, non per legittimare stereotipi e modelli culturali che la nostra società dovrebbe aver superato da tempo.
Per questo le parole del ministro Tajani sono particolarmente gravi.
Dire che una donna “meno appariscente” sarebbe più seria e affidabile, che “una donna affascinante potrebbe essere più incline al tradimento”, che una gonna più lunga possa rappresentare una garanzia di moralità e che la donna ideale sia quella capace di assicurare la stabilità della casa e della famiglia significa riproporre una visione profondamente arretrata delle donne e del rapporto tra uomini e donne.
È una concezione nella quale l’aspetto fisico diventa misura della moralità, l’abbigliamento diventa parametro di affidabilità e la vita sentimentale di una donna diventa una sorta di curriculum attraverso il quale stabilirne il valore.
Ancora una volta la donna viene ricondotta al ruolo di moglie e madre, alla custodia della casa e alla stabilità della famiglia, come se autonomia, libertà, ambizioni e autodeterminazione fossero elementi secondari rispetto alla sua capacità di corrispondere alle aspettative dell’uomo.
Nel 2026 dovremmo educare le nuove generazioni alla reciprocità, alla condivisione delle responsabilità familiari, al rispetto delle scelte individuali e alla parità. Non a spiegare ai nostri figli quale donna sia “conveniente” sposare in base a quanto è appariscente o a quanto è lunga la sua gonna.
Questa è un’arretratezza culturale che non possiamo accettare e, soprattutto, non possiamo permettere che venga normalizzata.
La CGIL di Agrigento, con il suo Dipartimento Pari Opportunità, guidato da Caterina Sparacino ritiene che proprio dalle istituzioni debba arrivare il messaggio opposto: nessuna donna è più o meno rispettabile, seria o affidabile in ragione del proprio aspetto, del proprio abbigliamento o della propria storia sentimentale.
Le istituzioni hanno il dovere di accompagnare il cambiamento culturale, non di riportarci indietro. E questo significa anche assumere la responsabilità di contrastare concretamente gli stereotipi che alimentano disuguaglianze, discriminazioni e violenze.
Per questo riteniamo necessario che il ministro Tajani chiarisca pubblicamente il senso delle proprie affermazioni e che il Governo assuma fino in fondo la propria responsabilità politica nel promuovere una reale cultura della parità. Servono politiche concrete per l’autonomia economica delle donne, per la condivisione del lavoro di cura, per la piena partecipazione delle donne al lavoro e alla vita pubblica e per il contrasto a ogni forma di violenza e discriminazione.
Perché la questione non è stabilire quale donna sia più adatta a essere moglie o madre. La questione è molto più grande: è decidere quale idea di società vogliamo consegnare alle generazioni che verranno. Una società nella quale alle donne si chiede ancora di essere giudicate, contenute e ricondotte a un ruolo prestabilito, oppure una società nella quale ogni persona possa costruire liberamente la propria vita, senza che il proprio genere, il proprio corpo, il proprio abbigliamento o le proprie scelte diventino criteri di giudizio.
È su questo terreno che si misura la responsabilità della politica e delle istituzioni: non sulla capacità di dire alle donne come devono essere, ma sulla capacità di rimuovere tutto ciò che ancora impedisce loro di essere pienamente libere conclude il segretario della CGIL Alfonso Buscemi.
